Le parole sono come pietre – Il “revenge porn” nell’era virtuale

In un periodo così confuso come quello che stiamo vivendo, in un momento così delicato in cui ci si aggrappa alla speranza che il mondo finalmente possa cambiare, è ancora più frustrante scrivere di un argomento come quello del “revenge porn”, che rappresenta probabilmente uno dei reati più sottovalutati, in un era che ci dà letteralmente in pasto ai social media. Per capire meglio e andare a fondo al problema, credo sia estremamente utile chiarificare il concetto. Il Revenge porn (“Vendetta porno”) è un’espressione che si riferisce alla condivisione pubblica di immagini o video intimi su internet senza il consenso dei protagonisti degli stessi. Dal nome stesso, si evince come l’azione indichi principalmente una “vendetta” per un torto subito, come essere lasciati, ad esempio. Molte persone, per la maggior parte uomini, decidono che la punizione dopo la fine di una storia debba essere quella di rovinare la vita di una ex, e quale miglior modo per offendere la sua immagine senza subire troppe conseguenze legali?

Nonostante sia stato approvato un disegno di legge contro il revenge porn in alcuni casi è estremamente difficile risalire ai colpevoli, essendo internet un campo virtuale soggetto a troppe manipolazioni ed escamotage. E’ il caso dell’ultima notizia risalente a qualche giorno fa e relativa alla scoperta di un gruppo Telegram chiamato “Stupro tua sorella 2.0”, un gruppo di chat il cui nome e numero di utenti (più di cinquantamila) fa alquanto rabbrividire. In seguito alle numerose segnalazioni, il canale è stato chiuso, ma ne sono nati moltissimi alternativi, sfruttando proprio l’intracciabilità di Telegram. Questo gruppo, creato con lo scopo di diffondere immagini, video, informazioni di donne, ragazze, bambine, che sono madri, mogli, ex fidanzate, conoscenti si rivela come un squallido ritrovo per tutti coloro che ritengono normale poter fare due “chiacchiere da spogliatoio” soddisfando ogni “lecita” e, da sempre, giustificata voglia sessuale, quasi come fosse un “fardello” che all’uomo viene dato alla nascita e che è difficile reprimere. Uno scambio di figurine sessuali, in cui immagino una gara a chi fa il commento più spinto, a chi non ritiene ci possa essere un limite, a chi inneggia allo stupro o alla pedofilia. Persino io, da sempre sostenitrice di una lotta poderosa contro tutte le forme di maschilismo e sessismo, ho paura. Questa confessione di paura mi costa tanto, perchè ho sempre trovato profondamente ingiusto dover avere paura per una limitazione di libertà imposta al mio “genere”, perchè non accetterò mai di dover subire una prevaricazione, effetto di uno schema al quale non ho dato la mia approvazione. Ma questa non è una lotta per l’emancipazione, qui si deve ancora lottare per mantenere la propria dignità e per restare vive. Si lotta perchè ad alcuni uomini non interessa che le donne abbiano un’identità, se loro vengono umiliati, è loro preciso dovere e diritto trattare come corpi da sottomettere le donne che si sono permesse a fare una cosa così. Perchè è questo che noi donne vogliamo, in fondo, vero? “Facciamo tanto le timide ma alla fine è questo che desideriamo, perchè dietro le parole che diciamo o non diciamo c’è sempre la possibilità che un uomo possa farci cambiare idea.”

Si pensa sempre che le estremizzazioni, come il revenge porn, siano frutto di malattie mentali, malattie che esulano da fattori educativi. Io, invece, sono sempre stata convinta che, se gli uomini e le donne combattono costantemente per scardinare dei meccanismi, togliersi delle etichette inibenti, probabilmente la “malattia” è diffusa dalla società stessa, che innesta un’idea così denigrante e limitante di noi che finiamo per credere di dover rispondere necessariamente alle caratteristiche del nostro “gender”. Spesso si sottovaluta la pressione che la maggior parte dei bambini maschi subisce già in tenera età. “Non piangere, le femminucce piangono”, “quanto sei forte, sei fortissimo!”, “diventerai uno sciupafemmine!”. Vorrei soffermarmi su questa ultima frase e mi piacerebbe tanto chiedere alle donne se qualcuno abbia mai detto loro che da grandi sarebbero diventate degli “sciupamaschi”. Io non credo. Perchè se diventi una sciupamaschi di conseguenza offri il tuo corpo, ti vendi, per cui meriti probabilmente che il tuo corpo venga utilizzato senza alcun riguardo.

I concetti più rilevanti risiedono nelle parole di uso comune, quelle che diciamo senza pensare. C’è chi uomo lo è diventato senza cedere a queste pressioni, c’è chi ha una famiglia forte alle spalle che non ha mai dato modo a queste direttive sociali di prevaricare sulla scelta dei valori da impartire ai figli. Però chiediamoci perchè, in un’epoca che dovrebbe definirsi “di evoluzione”, di così evoluto ci sia poco per ciò che riguarda questa disfunzionale educazione di genere. Le parole hanno un peso, perchè le parole diventano azioni che, anche se fatte da dietro un computer, hanno il peso di schiaffi. Con questo gioco molte donne hanno la vita rovinata, una dignità calpestata; diverse donne hanno subito un licenziamento, perchè vittime di un sistema incurante e malato, molte donne si sono tolte la vita, molte di loro minorenni, che ormai vedevano la loro vita rovinata per sempre. E’ una lotta che va portata avanti in onore di queste donne, è una lotta che va combattuta insieme agli uomini. E’ una lotta ancora lunga, probabilmente una lotta che richiederà tanti, troppi sacrifici, l’importante è non dimenticare quanto questa lotta sia necessaria.

Grazia

Italiani, Portoghesi, Studenti, Professori

Sono arrivati a Lisbona il 19 e tornati in Italia il 23 marzo, i 42 studenti dell’Istituto Oriani di Faenza che hanno partecipato alla gita di Alternanza organizzata dalle Associazioni SE.M.I. (Faenza), Progetto Policoro (Faenza) e Check-IN (Lisbona).

Durante la gita, divisi in gruppi, i ragazzi hanno preparato eventi di raccolta fondi utilizzando il business model canvas, le loro conoscenze di social media marketing e di grafica. Hanno scoperto cosa significhi lavorare in team, come risolvere i problemi in modo collaborativo e come presentare un progetto in inglese.

Hanno imparato a muoversi in una grande città straniera, migliorato il livello di inglese, scoperto la cultura Portoghese e stretto nuove amicizie con gli studenti della scuola Manuel de Maia.

Avere unito la gita scolastica annuale all’alternanza scuola-lavoro in ambito interculturale ed Europeo ha permesso agli studenti di vivere un’esperienza formativa che è andata oltre al semplice turismo e ha permesso loro di prendere contatto con delle realtà culturali e sociali diverse, di scoprire le proprie passioni ed esplorare nuove vocazioni lavorative.

Il binomio servizio-apprendimento caratterizza i principi di educazione non formale promossi dall’Unione Europea, e la metodologia dell’imparare-facendo continua a dimostrare la sua efficacia.

Nel contesto europeo, il cui punto di forza è costituito dall’unione delle diversità (United in Diversity), il lavoro all’estero offre una possibilità di formazione e crescita personale che si concentra sul social learning. Contestualmente, l’alternanza scuola-lavoro vuole essere un’esperienza formativa innovativa che possa orientare in modo pratico le aspirazioni degli studenti, “perché l’unica risposta strutturale alla disoccupazione è una scuola collegata con il mondo del lavoro (Legge Buona Scuola)”.

L’associazione SE.M.I., in collaborazione con l’Istituto Oriani, Progetto Policoro e Check-IN, è fiera di aver portato a termine questo progetto, che ha richiesto un anno di preparazione completamente ripagato dai risultati ottenuti. Ancora una volta siamo rimasti increduli ed entusiasti dell’entusiasmo mostrato dai ragazzi, e torniamo a ribadire che multiculturalità e creatività, empatia e cura per l’altro, sono valori necessari a un’Europa migliore.