Covid-19, un anno senza abbracci

L’ultima volta che ho scritto un articolo che riguardasse il Covid-19 e il suo impatto sulla società era quasi un anno fa. Eravamo spaventati, in preda a comprensibili smarrimenti, ancora increduli d’esserci trovati in una situazione che, fino a quel momento, avevamo immaginato solo attraverso film “apocalittici” o romanzi distopici. Il caos che fa spazio all’immobilità. Tutto è fermo e noi ci allontaniamo. Come in ogni trama (“trauma” in tal caso) che si rispetti, vi sono diverse fasi a cui si va incontro. La paura della morte, l’ansia del non poter controllare una minaccia che non si conosce, una sempre maggior consapevolezza che, di fronte ad una catastrofe, tutte le nostre domande, più o meno rilevanti, inevitabilmente si modificano, le nostre visioni sulla vita si ampliano, mutano, ne emerge la parte grezza, la parte essenziale. Siamo tutti, quasi indistintamente, persi allo stesso modo. Questa consapevolezza ci accomuna, nonostante le disuguaglianze sociali, purtroppo, emergano ricordandoci che no, non siamo tutti uguali di fronte alle catastrofi.

Come l’antropologia insegna, e come Aristotele scrive nel suo “Politica”: “L’uomo è un animale sociale”. Per quanto ogni essere umano possa tradursi nella risultante di innumerevoli variabili che gli conferiscono un carattere identitario esclusivo, la sua “esistenza” nel mondo assume un senso reale solo attraverso la sua immersione in una dimensione sociale. Quest’anno ci ha insegnato quanto esistere in una società ci leghi indissolubilmente all’interazione con le persone, ai gesti quotidiani che consideravamo convenzionali ma di cui ora sentiamo fortemente la mancanza, come un abbraccio. In questo periodo ho parlato spesso di questo con le persone a me vicine, abbiamo parlato di questa nuova fase che stiamo attraversando, un senso di tristezza che, soprattutto ad un anno dal primo lockdown, sembra essere una condizione di base per spiegare come ci sentiamo. Non avevo mai realmente considerato quanto la potenza della vicinanza fisica potesse far bene al nostro corpo e, di conseguenza, alla nostra mente.

La scienza afferma che i neonati non potrebbero sopravvivere senza abbracci e che abbracciare una persona cara fa bene alla mente e al corpo. La reazione di benessere che avvertiamo durante l’abbraccio è data dal fatto che il nostro corpo produce endorfine, sostanze prodotte dal cervello nel lobo anteriore dell’ipofisi, dotate di proprietà analgesiche e fisiologiche simili a quelle della morfina e dell’oppio. In altre parole, un abbraccio ha il potere di regalarci piacere, gratificazione e felicità aiutandoci a sopportare meglio il dolore e lo stress.

Osserviamo le cose che siamo abituati ad avere facilmente con l’aria di chi ha il potere indiscusso di farle accadere o non accadere. Dare un abbraccio, toccare le persone a noi più care, chiacchierare senza dover controllare la distanza sembra così innaturale adesso. La mancanza di una comunicazione essenziale e reale non può far altro che confermarci quanto l’efficienza del virtuale non possa sostituire il “mondo fuori” e l’istinto degli esseri umani che hanno bisogno di toccarsi per stare meglio, perché la comunicazione ha sfumature che si compensano e che rendono i rapporti autentici e reali proprio per quella serie di elementi che sfuggono e sfuggiranno sempre al solo linguaggio scritto.

Grazia

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