“La percezione dell’altro ai tempi del Covid-19”

Mi sono fatta tante domande su come questo articolo potesse risultare il meno giudicante possibile. In un periodo in cui si sceglie di esprimere la propria opinione senza alcun freno o riflessione pregressa, il fatto di far sapere il mio punto di vista è diventato per me una cosa su cui andare molto cauta. Non per sfiducia nelle mie capacità di ragionamento, s’intende, quanto per la presa di coscienza di quanto a volte parlare di cose che non si conoscono o si conoscono appena, sia alquanto superfluo. Proprio per questo motivo, lungi da me esprimere delle verità assolute entrando in campi molto distanti da me, come la medicina, ad esempio. Il mio interesse verso lo studio e la comprensione del comportamento umano, sociale in particolare, mi ha sempre portato a riflettere su come l’uomo si rapporti alle diverse situazioni od ostacoli che incontra e, in un momento di caos e preoccupazione generale come quello che stiamo vivendo, non escludo possa essere molto utile a capire in che direzione stiamo andando. Se ci fate caso, tutte le cose più assurde della vita iniziano casualmente, sono cose che tendiamo inizialmente a sottovalutare. Se mi avessero detto che il coronavirus, ad esempio, avrebbe portato a dichiarare lo stato di “pandemia” avrei riso tanto da avere le lacrime.

Una delle cose maggiormente visibili è certamente legata agli effetti che la paura ha su di noi, una paura che, a volte, può liberare l’istinto in maniera distruttiva, talvolta irresponsabile. La paura legata all’altro, che innesca una caccia alle streghe, la tendenza a conoscere i nomi degli untori, di chi ci sta mettendo in pericolo è qualcosa assai lontana dalla nostra parte ragionevole. E’ una paura che si genera naturalmente quando un essere vivente viene messo “in cattività”. In uno dei libri più illuminanti che io abbia mai letto, “Il signore delle mosche” di William Golding, emerge come anche la creatura più pura, come un bambino, se messo in una condizione ostile, possa liberare i suoi lati più oscuri. La paura può accecare l’individuo con la stessa facilità con cui può renderlo totalmente disinteressato. La paura ignorata, di conseguenza, può portare alla tendenza ad un rifiuto nei confronti della situazione che stiamo vivendo.

Cinicamente, sto riflettendo molto sul fatto che il disinteresse da parte di una fetta di popolazione, che emerge ogni volta che decide di violare le norme restrittive contenute nel decreto attualmente in atto per bloccare il contagio del virus, non sia altro che il prodotto di un lungo processo di una malsana cultura all’individualismo tipica del nostro secolo. “Fino a quando non capita a me” è una frase che non viene detta esplicitamente ma è ormai insita nelle nostre menti e corrisponde al fatto che, oramai, un problema che capita dall’altra parte del mondo non sia un problema nostro. Gli incendi in Amazzonia, le persone che scappano da una guerra, l’inquinamento della plastica, lo smog, la terra dei fuochi ci appaiono problemi così distanti, fino a che qualcuno dei nostri cari non muoia di tumore o un terremoto non distrugga le nostre case. La percezione dell’altro, in un tempo buio come quello che stiamo vivendo, ci viene assai difficile semplicemente perchè non è più un problema nostro da un po’.

Oltre agli aspetti meno positivi su cui viene naturale riflettere, non posso far a meno di notare come la stessa condizione di paura possa portare a forme straordinarie di unione. Mai come in questo momento ho voglia di abbracciare le persone che stento ad abbracciare, non sprecare il mio tempo in cose inutili, godermi le passeggiate all’aperto. Forse mai come in questo momento mi sono sentita, oltretutto, orgogliosa del mio Paese che cerca di farcela in tutti i modi, di infermieri e medici che stanno dando un’anima ad una terra sulla quale avevo perso le speranze.

Come tutti gli esseri umani che si aggrappano a qualcosa per non soccombere, mi emoziono di fronte ad un volontario che si offre di fare la spesa per gli anziani rimasti soli, sorridendo di fronte a quell’Italia caotica che canta nei balconi dando speranza a se stessa e agli altri. Mi conforta sapere che il mio Paese abbia scelto di non sacrificare vite umane per denaro, mi conforta che dal principio non ci sia stata questa intenzione. Vi saluto con la speranza che questo incubo finisca presto e con l’augurio che tutto questo ci renda finalmente svegli.

Grazia

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