“Al di là delle differenze” – La mia esperienza di volontariato nel cuore di Thessaloniki

Che valore diamo alle cose inaspettate? Per quanto possa essere credibile o meno, probabilmente erano proprio le cose destinate a noi. Ci sono diverse teorie sul destino, c’è chi dice sia una scusa per chi non riesce a scegliere, c’è chi crede fermamente ai suoi percettibili o impercettibili segnali. Da qualche anno a questa parte, ho cominciato a pensare al destino come alla combinazione casuale e intenzionale di scelte e accadimenti che non hanno, in realtà, una chiara spiegazione. Tante volte ho riso degli sgambetti di questo destino, altre volte ne ho pianto. Credo che questa volta abbia voluto parlarmi senza troppi giri di parole dicendomi esattamente ciò che avrei voluto sentirmi dire. Come diceva John Lennon: “la vita è tutto ciò che ti accade mentre stai facendo altri progetti”. Non ha sbagliato neanche su questo. La Grecia, infatti, è arrivata un po’ come la vita di cui parlava Lennon, come una domanda che non mi aspettavo, ma alla quale non mi sono sentita di dire no.

Thessaloniki

E’ grazie a questo strano sgambetto che adesso vi scrivo da Thessaloniki in veste ufficiale di volontaria italiana di SE.M.I., nel corso del mio progetto Esc (European solidarity corps) , raccontandovi un po’ della mia esperienza. “A world without exclusions” è il nome del mio progetto, grazie al quale sto scoprendo e toccando con mano cosa significhi lavorare con persone aventi disabilità mentali e cosa significhi appunto, promuovere una realtà che combatta la loro esclusione sociale. “S.F.A – Drasi gia to kati allo”, invece, è il nome dell’organizzazione in cui svolgo la mia attività di volontariato ed è un centro diurno che accoglie persone con varie forme di disabilità mentale e le accompagna quotidianamente attraverso un percorso “creativo”. L’arte, la musica, il gioco permettono a questi ragazzi e bambini di scoprire, sperimentare, promuovere le loro capacità in un luogo che loro sentono come una seconda casa.

S.F.A. – Drasi gia to kati allo

L’impatto con il lavoro non è stato da subito semplice. Per la prima volta nella mia vita, mi confrontavo con una realtà della quale non sapevo assolutamente nulla. Dovendo partire da zero ero molto spaventata, non sapevo cosa avrei dovuto dire o fare, come avrei dovuto muovere i muscoli, impostare il tono di voce, come avrei dovuto scegliere le parole. Ero convinta che avrei lasciato i sentimenti fuori da quelle stanze, non era così. Più passavano i giorni e più mi accorgevo di quante sfumature ci fossero dietro ogni movimento, sorriso o sguardo di persone che sin dall’inizio non ho visto per la propria malattia ma ho conosciuto per l’autenticità del loro essere. Sin da subito, mi sono accorta di quanto il carico emotivo di un’esperienza così possa metterti di fronte a te stessa senza possibilità di “fuga”. Queste persone sono state sin da subito degli specchi, che mi hanno messo e mi mettono costantemente in rapporto con me stessa.  Il primo mese è stato senza dubbio il mese in cui era più difficile per me comprendere il mio stato d’animo, potevo passare dall’essere felice all’essere letteralmente “frustrata” nell’arco di pochi minuti, troppe volte nell’arco di una sola giornata. Nonostante ciò, gradualmente e senza neanche accorgermene, iniziavo a sentire una strana sensazione di familiarità, come se in quel posto ci fossi sempre stata e come se le persone che cercavo di aiutare, in realtà, mi stessero dicendo che ero una di loro. Tenermi lontana da ogni condizionamento mi ha permesso di rapportarmi a loro nella maniera più pura possibile e, ancora oggi, mi aiuta a conoscere parti di me che ancora non conoscevo. Ci sono delle cose che impari quando entri in un mondo in cui non c’è una regola precisa per comunicare ed è tutto una continua domanda.

S.F.A. – Drasi to kati allo

Tante piccole scoperte quotidiane mi portano ad aprire sempre di più la mente a tante cose a cui prima non davo poi tanto peso. Una tra queste è la “lentezza”, che mi sta insegnando a saper aspettare e placare tutte quelle corse infinite che ogni giorno facciamo per arrivare prima degli altri..ancora non ho capito dove. Aiutare questi ragazzi spesso significa avere la pazienza di aspettare, vuol dire concedere all’altro tempi più lunghi e passi più lenti. Ho realizzato di avere molti più limiti di quanti ne avessi considerati; i ragazzi accolti da S.F.A, mi stanno aiutando ad abbattere naturalmente quei muri che da sempre costruisco con tanta filosofia. Non avevo mai considerato, ad esempio, quanto fosse importante per qualcuno riuscire ad appendere il proprio cappotto, perchè era talmente meccanico e banale farlo, che non avevo messo in conto che per alcune persone, invece, rappresenta una conquista quotidiana. Ciò che per molti è stranezza, per me è normalità e, ormai, quotidianità. Spero di non avervi annoiati con l’inizio di questa mia avventura in terra ellenica e concludo col dire che forse bisognerebbe ricordarsi che i limiti esistono nella maniera in cui li immaginiamo e li rendiamo vivi quando decidiamo di fare una gara in cui forse non si vince niente; perchè, a volte, sarebbe bello non giocare più a chi corre più veloce ma abituarsi ad andare a passo lento, per godersi di più il paesaggio.

Grazia

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